Berlusconi lascia lo studio tv: «Si vergogni»
Scontro con Lucia Annunziata nella registrazione del programma "In mezz'ora" 12/3/2006
ROMA. Il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, ha abbandonato per protesta gli studi della trasmissione televisiva di Lucia Annunziata «In mezz'ora», in onda su Rai Tre. L'episodio è avvenuto dopo un acceso botta e
Silvio Berlusconi e Lucia Annunziata
Silvio Berlusconi e Lucia Annunziata
durante la trasmissione «In mezz'ora»
risposta fra il premier e la presentatrice.
Prima dello show down, con Silvio Berlusconi che lascia gli studi Rai dove si sta registrando «In mezz'ora», tra Silvio Berlusconi e la conduttrice Lucia Annunziata è stato un continuo scontro, con il Premier dà della «violenta» alla giornalista.
Già prima della trasmissione, in un fuori onda, il premier aveva provato a chiedere alla giornalista di permettergli di illustrare il suo programma e non limitare la trasmissione alla stretta attualità «che mi porta poco per le elezioni», aveva spiegato Berlusconi. Ma la Annunziata non deraglia dall'impostazione che aveva pensato per la sua trasmissione e incalza il premier con domande sui servizi segreti e sulla regolarità delle elezioni, sul conflitto d'interessi, sulla cacciata di Biagi, Santoro e Luttazzi.
Il premier non ci sta e accusa: «Lei è una giornalista con dei pregiudizi nei miei confronti ed è organica alla sinistra». Annunziata non si scompone e continua sulla sua strada. All'ennesimo richiamo della conduttrice che prova a tenere Berlusconi sugli argomenti da lei scelti, il premier comincia a dare i primi segni di nervosismo e, pur con il sorriso, dice alla conduttrice: «Lei è una violenta, mi sta usando una violenza. Sta cercando di non farmi esprimere le mie opinioni. Sta approfittando della mia buona educazione».
Replica la Annunziata: «Siamo tutti e due persone bene educate...». E il presidente del Consiglio: «Allora mi domandi cosa ha fatto il governo e cosa farà». Ma la ex presidente della Rai rivendica la sua autonomia: «Avrà altre situazioni, altri giornalisti. Non è detto che tutti i giornalisti devono fare la stessa cosa». Successivamente, sempre per lo stesso motivo, altro scambio di battute: «Questa è casa mia», aveva sottolineato la Annunziata. Risposta di Berlusconi: «Credevo che la Rai fosse la casa degli italiani». Controreplica: «Per questo pezzettino è casa mia».
«Lei mi fa la cortesia di farmi rispondere, altrimenti mi alzo e me ne vado»: così Berlusconi si è rivolto alla Annunziata che lo interrompeva incalzandolo con una serie di domande sullo stato dell'economia italiana e sulle critiche rivolte dal presidente di Confindustria, Montezemolo. La Annunziata ha invitato il premier a rimanere dicendogli: «Non può dire che se ne va».
Ma Berlusconi è stato determinato: «Lo faccio e resterà come una macchia nella sua carriera professionale, lei non può dire a me cosa fare, io non lo dico a lei». La giornalista ha, a quel punto, replicato: «Lei non può dettare le regole, ritiri quello che ha detto». Ma il premier ha scandito nuovamente: «Mi alzo e me ne vado».
Quindi ha lasciato gli studi dicendo: «Complimenti, lei ha illustrato bene come si comporta una persona che sta a sinistra e ha pregiudizi». Poi una stretta di mano tra i due e, fuori dai riflettori, Berlusconi ha concluso: «E poi dicono che la Rai è controllata da me».
L’ITALIA CHE
SI E’ FERMATA
1.
Con la destra al governo il paese è andato indietro: mentre nel 2001 il
prodotto interno lordo cresceva dell’1,7%, nel 2005 è sceso allo 0,2%
contro una media europea dell’1,5%.
2. Il
debito pubblico che il centrosinistra aveva ridotto dal 122,9% del 1996 al
110,9% del PIL con la destra dopo un decennio è tornato a crescere.
3.
Dal 4,0%, del 2001 l’Italia ha visto ridursi la propria quota di mercato
nel mondo al 2,9% nel 2005.
4. La
bilancia commerciale italiana nel 2001 vantava un attivo di 9.233 milioni
di euro, ora è in negativo per 10.368 milioni.
5.
Nella classifica annuale della competitività del World Economic Forum
siamo passati dal 24° posto del 2001 al 47° posto del 2005, subito dopo la
Grecia.
6. Le
risorse investite in innovazione e ricerca in Italia sono tra le più basse
d’Europa: circa lo 0,9% del PIL, contro il 2% della media europea: molto
lontano dall’obiettivo del 3% del PIL fissato a Lisbona.
7.
L’Italia è il primo paese al mondo per il consumo di telefonini, prodotti
da altri, ma è l’unico paese al mondo industrializzato che non cresce
nell’Information tecnlogy. Nel biennio 2004-2005 l’Italia oscilla tra il
-0,4% e il +0,4% mentre la Spagna cresce del 2,3%, la Francia del 2,2%, il
Regno Unito del 3,2% e la Germania dell’1,4%. Nella diffusione delle
tecnologie digitali e nella preparazione per usarle l’Italia scende dal
25° posto del 2001 al 45° del 2004 (Classifica del World Economic Forum).
8. La
somma delle imposte dirette e di quelle indirette è passata dai 359
miliardi del 2001 ai 399 del 2005, con un aumento dell’incidenza delle
seconde, a tutto vantaggio dei redditi più alti.
9.
Gli italiani che lavorano in Italia sono il 57,4% della popolazione, la
percentuale più bassa dei paesi della zona dell’euro. In particolare le
donne occupate sono il 34,3% molto al di sotto della media europea che è
del 62,0. Particolarmente negativo il dato dell’occupazione al Sud: si è
passati dal + 2,3 del 2001 al – 0,3 del 2004.
10.
La promessa elettorale di Berlusconi di portare ad 516 euro al mese tutte
le pensioni inferiori a quella cifra non è stata mantenuta. Ancora oggi
4,1 milioni di italiani hanno una pensione sotto i 500 euro.
11.
Sono 4,2 milioni le famiglie che vivono in una casa in affitto. Nel
periodo 2001-2004 gli affitti sono aumentati mediamente del 40%. Nel
frattempo, le abitazioni costruite in Italia con sovvenzioni pubbliche si
sono ridotte dalle 2.700 unità del 2003 alle 1.800 del 2004.
12.
Con i condoni della destra le cose sono peggiorate e l’evasione fiscale è
in aumento. Si stima che 200 miliardi di euro sfuggano alla tassazione.
13.
E’ diventato più difficile far quadrare i bilanci delle famiglie. Gli
italiani che non sono riusciti a risparmiare sono aumentati dal 38% del
2002 al 51,4% del 2005.
14. I
cinque anni di governo Berlusconi hanno significato una pesante riduzione
dei trasferimenti a regioni, province e comuni. In particolare nel solo
2006 il fondo per le politiche sociali è stato ridotto di 482 milioni.
15.
Fallita la promessa delle “Tre I”: Internet, Inglese, Impresa. Nel primo
anno di gestione Moratti i finanziamenti per le nuove tecnologie nella
scuola sono stati tagliati del 30% e nel 2003, 2004 e 2005 sono stati pari
a zero. Per l’insegnamento della lingua inglese si è passati da 80 ore
annue a 66.
A nessuna impresa può servire una scuola impoverita.
16.
Nei 5 anni di governo la destra ha investito in cultura lo 0,29% del Pil
contro l’1% della Francia e l’1,35% della Germania.
17.
Anche un settore tradizionalmente importante per il nostro Paese come il
turismo soffre passando dal 4° al 5° posto nella classifica mondiale.
18.
Con la destra al governo le città sono più INSICURE. I reati sono
cresciuti di 300.000 unità dal 2001 al 2004. Il 30,5% dei reati si
registra nei centri urbani. La propaganda sui poliziotti di quartiere
nasconde la realtà: i fondi destinati alla sicurezza sono stati tagliati
del 20% nel triennio 2001-2003.
19.
Le grandi opere sono state progettate senza una priorità. Sono state
sbandierate opere per un costo complessivo di 264 miliardi di euro, mentre
le risorse effettivamente disponibili ammontano a 21 miliardi.
20.
Conflitto d’interessi. Ecco 15 leggi che hanno favorito anche il premier:
- Legge sulle
rogatorie internazionali che le rende più complesse
- Abolizione
della tassa sulle successioni e donazioni per i grandi patrimoni
- Depenalizzazione del falso in bilancio nella
disciplina dei mercati finanziari
- Scudo
fiscale
- Condono
fiscale
- Legge Cirami
sul legittimo sospetto
- Lodo
Schifani sulla sospensione dei processi alle alte cariche dello stato
- Decreto
spalma-debiti per le società sportive
- Decreto
salva Rete4
- Legge
Gasparri di riforma del sistema radiotelevisivo nazionale
- Legge
Frattini sul conflitto d’interessi
- Previdenza
complementare che favorisce il sistema assicurativo
- Norme sul
digitale terrestre che finanziano la vendita di decoder
- Legge ex
Cirielli che accorcia i termini di prescrizione di molti reati
- Inappellabilità delle sentenze di
proscioglimento
21.
Oggi l’Italia ha paura del futuro. Dal 2001 al 2005 l’indice di fiducia
delle famiglie è sceso di 18 punti.
L'ultima analisi da fare è questa: nel 2001 io,
personalmente, stavo meglio o peggio di
oggi??
E' del 2004, ma ancora più convincente oggi (l'autore è uno dei più grandi psichiatri italiani)
di Luigi Cancrini
da l'Unità
Direi piuttosto
male. Ho seguito con interesse anch’io, in televisione, le celebrazioni
del decennale di Forza Italia con Baget Bozzo che sale sul palco cui un
prete sospeso a divinis e in rotta con la gerarchia dà insieme un tono
(necessario?) di sacralità e di novità. Segnalando lui, prete che non si
riconosce in Papa Wojtila, quale è o dovrebbe essere il nuovo riferimento
terreno di chi crede in Dio. Berlusconi, cioè, di cui Baget Bozzo dice che
è scelto per salvare non si capisce bene se l’Italia o il mondo dallo
Spirito Santo.
Chiaramente suggerendo, con ciò, che lo Spirito
Santo ha preferito non appoggiarsi a Santa Madre Chiesa in cui
evidentemente non si riconosce più. Scegliendo un altro, giovane in quanto
miracolato di recente dal lifting, che meglio di Santa Madre Chiesa lo
rappresenterà e che sorridente accoglie sul palco il suo profeta,
rimproverandolo bonariamente del modo in cui si sta perdendo i pantaloni.
Divinamente librandosi sulla platea, facce ammirate ed estatiche in prima
fila, applausi deferenti fra le bandiere in una sala enorme e stipata di
gente venuta lì per lui. Per vedere di persona e magari toccare l’unto del
Signore versione Italia 2004.
Ho scritto di recente, in un saggio
dedicato alla dipendenza Schiavo delle mie brame, edito da Frassinelli)
che una forma particolarmente grave di dipendenza è quella legata alla
ammirazione, al successo ed al potere. Ho parlato fra gli altri, in quel
contesto, di Mussolini ragionando sulla sua autobiografia, sugli scritti
di Mack Smith e sui passaggi di una storia che è ormai abbastanza lontana
per essere guardata con una certa obiettività. Il tentativo di capire mi
ha riportato ad una riconsiderazione profondamente umana della persona
infelice e spaventata che si è così a lungo nascosta dietro la spavalderia
aggressiva e a volte grottesca del personaggio. Come verrà voglia di fare
un giorno, forse, anche a proposito di Berlusconi e dei suoi Baget
Bozzo.
La via che seguirò per rispondere alla sua domanda è quella che
parte da una considerazione per così dire «scolastica» dei percorsi di
vita caratteristici della persona cui si attribuisce un «narcisismo
patologico». Segnalando, prima di tutto, quelle che sono, spesso, le doti
di questo tipo di persona: una capacità di lavoro non comune, di
applicazione paziente alla risoluzione dei problemi che lo interessano e
una certa dose di fascino personale: simile, diceva Freud, a quello dei
gatti, affascinanti perché percepiti sempre come sicuri di sé e
irraggiungibili. Il punto debole dell’organizzazione personale che si
nasconde dietro a queste doti, tuttavia, è anch’esso evidente da subito e
si basa essenzialmente sul tipo di relazione che queste persone hanno con
i risultati della loro attività: caratteristica del narcisismo è, infatti,
la tendenza a considerare importante soprattutto il modo in cui le cose
che si fanno servono a ottenere l’ammirazione degli altri, il successo e
il potere che al successo si collega. Schematizzando molto quello che si
può dire è che, in molti di questi percorsi di vita, quello che sembrava
all’inizio un interesse autentico per i contenuti dell’impresa (economica,
spirituale o altro) in cui la persona sembrava identificarsi pienamente,
si trasforma o si rivela nel tempo come un interesse strumentale nella
misura in cui serviva soprattutto a ottenere le gratificazioni di cui un
Io avido, di fatto insaziabile, aveva soprattutto bisogno.
La
difficoltà di cogliere questo tipo di passaggio nella attività concreta di
una singola persona è del tutto evidente. L’interesse di Berlusconi per
l’azienda Italia è un interesse autentico o quello che conta per lui è,
prima di tutto, il suo bisogno di ricevere ammirazione e lodi sempre più
esaltate ed esaltanti? Quello su cui mi sembra interessante insistere di
fronte al «decennale», per ora, è l’insieme di ingenuità e di violenza
delle argomentazioni con cui egli ha continuato a spiegare i suoi
comportamenti degli ultimi dieci anni senza fare nessun tentativo di
analizzare quelli che sono oggi i problemi del suo Paese. Sostenere in
pubblico che i giudici ed i «Komunisti» stavano prendendo possesso
dell’Italia e suggerire l’idea per cui questa presa di possesso avrebbe
portato naturalmente con sé i gulag e le follie staliniane è un modo
assolutamente delirante di parlare dell’Italia del 1994, a cinque anni di
distanza dalla caduta del muro di Berlino. Ancora più delirante è pensare
(sostenere) che di questo tipo di difesa l’Italia del 2004 abbia ancora
bisogno. È solo all’interno di un delirio come questo, d’altra parte, che
si può ipotizzare la possibilità di un intervento dello Spirito Santo e a
questo punto i casi sono soltanto due. Berlusconi e Baget Bozzo mentono
sapendo di mentire e immaginando di imbrogliare chi li ascolta o credono
in quello che dicono. Dal punto di vista psicopatologico il loro sarebbe
nel primo caso un comportamento perverso, nel secondo un comportamento
sostenuto da una buonafede delirante. In tutti e due i casi, però, quello
che essi sicuramente ottengono nel corso della celebrazione è un grande
episodio di isteria collettiva da cui succhiano ammirazione e successo e
da cui pensano di poter ulteriormente rinforzare le proprie posizioni di
potere.
Dire se tutto questo è sostenuto solo da una condizione di
narcisismo patologico non è semplice. I fatti successivi ci aiuteranno
sicuramente a capirne di più. Più la quota di narcisismo patologico è
forte, più forti saranno le difficoltà con cui Berlusconi si incontrerà
nel momento in cui dovrà confrontarsi con i limiti (inevitabili) della sua
capacità di suscitare ammirazione. Le reazioni basate sulla rabbia e sulla
denigrazione degli avversari durano finchè la persona con problemi di
narcisismo mantiene una certa quota di potere e può contare su un certo
tributo di ammirazione e/o di adulazione, come ben dimostrato dalla
traiettoria di Mussolini che ha assunto un andamento tragico, con una
progressiva dilatazione delle sue manifestazioni di aggressività (le
guerre, prima quelle coloniali e poi quella mondiale) quando lui ancora
riusciva a nascondersi la realtà dei fatti con l'aiuto interessato e/o
servile di tutti quelli che lo circondavano e avevano paura di
contrariarlo. Solo con la sconfitta, al tempo ormai della repubblica di
Salò, Mussolini diventa davvero depresso, quando dolorosamente sente di
non contare più nulla e dolorosamente comincia a ragionare su quello che è
accaduto a lui e intorno a lui. Guardando al problema da questo punto di
vista quello che verrebbe da concludere è che, se il suo è davvero, come a
me sembra, un narcisismo patologico, quello che dobbiamo aspettarci ora da
Berlusconi è un crescere progressivo della rabbia e dell’aggressività
contro tutti quelli che non riconoscono in lui «l’unto del Signore». Una
rabbia ed una aggressività cui bisognerà saper resistere per un certo
tempo sapendo che lo star bene di Berlusconi, il superamento del rischio
segnalato in questi giorni dalla sua tendenza ad autocelebrarsi dipende
soprattutto dalla capacità dei suoi alleati di ridimensionarlo (Fini e
Follini mi pare ci stanno provando), dalla forza delle opposizioni, dalla
tenuta delle istituzioni e, soprattutto, dall’esito degli scontri
elettorali. Se Berlusconi e Baget Bozzo credono davvero a quello che hanno
detto, l’unico modo di aiutarli a guarire è, infatti, quello di metterli
di fronte alla realtà di una sconfitta .
È questo in fondo il paradosso
con cui ci confrontiamo tutte le volte in cui le persone di cui si auspica
la cura e la guarigione sono persone troppo sicure, troppo piene di sé e
troppo sostenute da un gruppo di persone che hanno bisogno di credere
nella loro «santità» per poter chiedere
aiuto.
N.B.: il
Guardian è di sinistra , ma non è certo un giornale estremista
!
l «Guardian»: Berlusconi è il nuovo fascismo, Blair e l'Europa se
ne accorgano
di red
«Berlusconi è il fenomeno politico più pericoloso oggi in Europa». Di più: «È la
più temibile minaccia alla democrazia in Europa occidentale dal 1945». A
scriverlo non è uno dei tanti giornali italiani che il premier ascrive
all’opposizione, ma uno dei più autorevoli quotidiani inglesi, The Guardian, indipendente, ma da sempre vicino al Labour.
Duro il giudizio contenuto nell’editoriale firmato da Martin Jeacques.
Durissimo quando spiega che Berlusconi «con i suoi attacchi indiscriminati a
chiunque lo ostacoli sulla strada del potere personale e dell’arricchimento, ha
avvelenato la vita pubblica italiana. È un discendente diretto di Mussolini».
Ma l’aspetto forse più interessante della polemica lanciata dal Guardian è un
altro: la prospettiva tradizionale del giornale estero che da lontano distilla
giudizi sull’Italia viene rovesciata. E si dice chiaramente che se Berlusconi è
un pericolo per la democrazia, questo è un problema che deve essere compreso e
affrontato, prima ancora che in Italia, in Europa e nel Regno Unito.
È duro il giudizio sulle scelte del New Labour inglese e di Tony Blair,
accusato di aver accolto Berlusconi come suo alleato privilegiato nella politica
filo-Bush di fronte alla rottura dell’Europa sulla guerra in Iraq: «Blair mostra
chiaramente un rapporto politico e personale con Berlusconi. E questo ha dato
l’impronta a tutto il New Labour: Berlusconi è visto come l’uomo con cui avere a
che fare».
Un errore gravissimo, una responsabilità condivisa a livello europeo: «Si può
argomentare che l’estrema destra incarnata da personaggi apertamente razziste e
xenofobe come Jean-Marie Le Pen e Jorg Haider rappresenti un pericolo più
grande, ma questi personaggi rimangono tutto sommato outsider nella scena
politica europea. Berlusconi no. Durante i suoi due mandati come primo ministro
c’è stata una seria erosione della qualità della democrazia e del livello della
vita pubblica in Italia».
Il problema che c’è oggi in Italia si può anche chiamare fascismo. Proprio
così. E «il rapporto fra Berlusconi e il fascismo italiano non è difficile da
decifrare». Ma a un patto: «C’è sempre stata una tendenza privilegiata a credere
che il fascismo torni nelle sue vecchie forme. Ma questo non è mai stato il vero
pericolo. Ciò che dobbiamo temere è il ripresentarsi del fascismo in un nuovo
abito, che rifletta le nuove condizioni globali, economiche e culturali, del
tempo in cui si vive. Berlusconi è proprio questo. Mostra disprezzo per la
democrazia: ad ogni occasione cerca di distorcerla e di abusarne. Non ha
rispetto per le autorità indipendenti – pronto ad accusare i giudici di essere
lacché dell’opposizione e descrivendoli come «comunisti».
Insomma, al New Labour come all’Europa non resta che una scelta: riconoscere
che «Berlusconi è il diavolo» e liberarsene. Per il loro bene.
Aprile. Elezioni private
di Gianni Barbacetto e Barbara Ciolli
In quattro regioni delicate si sperimenta il voto elettronico. Sarà gestito da Telecom, Eds e Accenture, l’indiziata numero uno per lo scandalo delle elezioni in Florida. Partner di Accenture è Gianmario Pisanu, il figlio del ministro dell’Interno. E un esercito di interinali avrà in mano la chiave dei risultati. «I brogli rientrano nella professionalità e nella storia della sinistra. Qualcuno di loro si vantò, nel 1996, di aver sottratto a Forza Italia un milione e 705 mila voti...». Così Silvio Berlusconi ha iniziato l’intervista a Lucia Annunziata del 12 marzo, quella poi finita con la fuga dallo studio televisivo. I brogli elettorali sono la sua ossessione.
Li teme, li evoca, li denuncia da quando si è buttato in politica. Da quando ha cominciato a perdere, poi, l’ossessione è diventata incontenibile. «Loro», quelli della sinistra, «hanno un esercito di professionisti, a danno dei nostri dilettanti, che vengono puntualmente fatti fessi», aveva gridato nel giugno 2004 dal palco di una manifestazione elettorale per le regionali nella rossa Sesto San Giovanni.
Ora, per arginare i «professionisti» della sinistra, Berlusconi lancia alla carica i suoi «dilettanti»: si chiamano «Legionari azzurri», si definiscono «difensori del voto» e sono coordinati nientemeno che da Cesare Previti. «Sì, noi pensiamo di mandare persone per bene che cerchino di far sì che la sinistra non possa cancellare la volontà degli elettori», ha spiegato Berlusconi ad Annunziata. I «Legionari» sono una schiera di attivisti di Forza Italia che in tutto il Paese si stanno apprestando a presidiare i seggi, come rappresentanti di lista, per vigilare sulle operazioni elettorali. Arriveranno al 9 aprile istruiti politicamente e preparati tecnicamente, per evitare che «i rossi continuino con i brogli». È già pronto un libretto di otto pagine, tascabile per poterlo portare sempre con sé, intitolato proprio I difensori del voto: sarà il manuale per i 121 mila militanti di Forza Italia chiamati a controllare i seggi. Sveglia all’alba già il sabato 8 aprile, arrivo nelle sezioni elettorali prima di tutti, contare e ricontare le schede, non perdere di vista le urne, uscire per ultimi, la sera, e non abbandonare mai, ma proprio mai, il proprio posto: questi i consigli «per non farsi fregare». E in molte regioni sono già partiti i corsi di formazione per i «Legionari». «In Lazio, per esempio», spiega a Diario la coordinatrice regionale di Forza Italia Beatrice Lorenzin, «abbiamo già iniziato la preparazione dei 5.136 rappresentanti di lista che difenderanno il voto in questa regione».
I Legionari di Previti. Ma Forza Italia non ha pensato solo ai rappresentanti di lista, da sempre arruolati dai diversi partiti tra i loro militanti. Nelle pieghe della nuova legge elettorale c’è infatti anche una novità, passata finora inosservata, che riguarda gli scrutatori e i presidenti di seggio, cioè coloro che, regolarmente remunerati, devono gestire i seggi, sovrintendere alle operazioni di voto e infine scrutinare le schede: non saranno più estratti a sorte, ma saranno scelti e nominati dalle commissioni elettorali dei Comuni, che dovranno attingere da elenchi di volontari chiusi il 30 novembre 2005. A quella data la nuova legge elettorale era stata approvata soltanto dalla Camera e doveva ancora essere votata al Senato, dove sarebbe passata il 21 dicembre; ma Forza Italia si era già portata avanti e aveva mandato i suoi militanti a iscriversi in massa nelle liste dei Comuni.
Così ad aprile una valanga di «Legionari azzurri» s’installerà nei seggi non solo con il ruolo, volontario e di controllo, di rappresentanti di lista, ma con quello, operativo, ufficiale e remunerato, di scrutatori. La coordinatrice emiliano-romagnola Isabella Bertolini, per esempio, già il 18 novembre aveva diffuso un appello ai militanti: «Chiedete ai soci, ai simpatizzanti, agli amici e ai conoscenti di Forza Italia di presentare la domanda di iscrizione all’albo degli scrutatori del loro Comune di residenza... Non lasciamo che anche questa volta i seggi elettorali restino in mano alle sinistre... Con le modifiche introdotte dalla nuova legge elettorale ora possiamo davvero cambiare le cose».
Il campo avverso non è stato invece così pronto ad annusare il cambiamento legislativo prima che diventasse realtà. «Ma non siamo preoccupati», spiega Nora Radice, responsabile organizzativa provinciale dei Ds milanesi. «Secondo le nostre informazioni, non ci sono state corse all’iscrizione negli albi. E i nostri rappresentanti di lista vigileranno in ogni seggio». La dirigente svela un altro retroscena della spericolata legge approvata dal centrodestra. «La commissione elettorale del Comune di Milano ha estratto a sorte gli scrutatori, come prevedeva la vecchia normativa, e poi li ha nominati in blocco, come stabilisce la nuova». Ve l’immaginate la povera commissione, se avesse dovuto votare uno a uno, nome per nome, gli scrutatori di un migliaio di seggi? E ve li immaginate cinque giudici in tutto chiamati a dirimere le controversie che possono sorgere in un parco di circa 5 milioni di schede lombarde? È un’altra novità della legge, che per il Senato ha soppresso gli uffici circoscrizionali presenti in ogni capoluogo di provincia e ha accollato l’ultima fase di controllo del voto a un ufficio regionale unico. Non per niente il presidente della commissione elettorale lombarda, Domenico Urbano, ha reclamato altri 60 giudici da aggiungere ai suoi quattro commissari.
«Berlusconi continua a parlare di brogli. Chi parla troppo di una cosa, la pensa e la evoca», commenta Beatrice Magnolfi, parlamentare dei Ds. Che possa scattare un meccanismo simile a quello che in psicoanalisi si chiama proiezione, quando si attribuisce agli altri un proprio desiderio? Proprio Magnolfi, che in passato è stata assessore all’Innovazione a Prato, in questa legislatura ha scelto di essere, come si definisce, «il cane da guardia del ministro dell’Innovazione Lucio Stanca» e il 10 febbraio, per chiudere in bellezza, gli ha presentato un’interrogazione sullo scrutinio elettronico che sarà sperimentato al prossimo appuntamento elettorale. Sì, perché il 9 e 10 aprile non proveremo soltanto una nuova legge bislaccamente proporzionale, definita «una porcata» da uno dei suoi inventori, con incerti premi di maggioranza, con candidati tutti imposti dai vertici dei partiti e con una scheda grande come un manifesto. Ci sarà anche un’altra grossa novità: nelle 12.680 sezioni di quattro regioni, oltre 11 milioni di persone (più di un quinto degli elettori italiani) saranno chiamati a votare con la tradizionale matita sulla tradizionale (benché ben più ampia) scheda, ma poi i loro voti saranno scrutinati al computer: grande modernizzazione, inevitabile aggiornamento tecnologico, prezioso risparmio di tempo. Ma anche complessa storia di rischi e commistioni che vale la pena di raccontare.
Votare Stanca. Tutto comincia il 3 gennaio 2006, quando il governo vara il primo decreto legge dell’anno, con il numero 1. Come capita spesso al gabinetto Berlusconi, nel provvedimento c’è dentro un po’ di tutto: disposizioni urgenti per il voto da casa di elettori che non possono spostarsi; ammissione ai seggi di osservatori dell’Osce (l’organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa); ma soprattutto disposizioni per lo scrutinio elettronico. Sperimentazioni erano già state compiute alle europee del 2004 e alle regionali del 2005, questa volta però è una bella fetta di elettori a essere interessata alla sperimentazione: il 20 per cento delle sezioni. E per la prima volta allo scrutinio informatizzato è stato assegnato valore giuridico. Le schede di carta resteranno in archivio, ma saranno estratte dagli scatoloni soltanto in caso di contestazioni.
Le regioni coinvolte sono state scelte, secondo il ministro Stanca, «con il criterio del bilanciamento territoriale»: una al Nord, la Liguria; una al Centro, il Lazio; una al Sud, la Puglia; un’isola, la Sardegna. Guarda caso, però, sono tutte regioni in cui gli esiti elettorali sono incerti e che peseranno in maniera determinante per l’assegnazione dei premi di maggioranza (regionali, appunto) per il Senato.
In ognuna delle 12.680 sezioni coinvolte ci sarà un computer, due schermi video e un operatore informatico. Mentre gli scrutatori procederanno allo scrutinio tradizionale, contando i voti e impilando le schede, l’operatore digiterà i voti sulla tastiera e li controllerà su uno degli schermi, mentre il secondo sarà a disposizione degli scrutatori. Finita la conta, i dati di ogni sezione saranno inseriti in una «chiavetta» Usb. Le diverse «chiavette» Usb di tutte le sezioni presenti in un unico plesso (edificio) saranno portate a mano e inserite nel computer di plesso. Da qui una linea dedicata trasmetterà i dati direttamente e rapidissimamente al Viminale.
Bello? Sì. Ma anche sicuro? Al riparo da brogli informatici? Chi ricorda le feroci polemiche seguite al voto del 2000 per le presidenziali americane in Florida non può non porsi almeno il problema. Ma al ministero dell’Innovazione il portavoce di Stanca, Dario de Marchi, risponde che non c’è alcun rischio: «Le memorie Usb assegnate alle sezioni saranno inizializzate, dunque non potranno essere sostituite con altre. E la trasmissione dati a Roma sarà effettuata con una rete dedicata, assolutamente sicura». I tecnici del ministero possono intrattenere a lungo gli interlocutori su chiavi di sicurezza, codici identificativi, doppie password, trasmissioni Dmz...
Dopo le prime sperimentazioni di questo sistema, alle europee del 2004, il ministero ha costituito una commissione sul voto elettronico. Con quali risultati? «Avevamo segnalato diversi punti critici», ricorda Maurizio Migliavacca, coordinatore della segreteria Ds, che ne ha fatto parte. «Il punto fondamentale riguarda la formazione di presidenti e scrutatori dei seggi, ma soprattutto degli operatori tecnici: chi li sceglie? come? che formazione ricevono? Visto che si tratta di personale di aziende private, chi li controlla e chi garantisce per loro? E dato che i risultati delle regioni coinvolte nella sperimentazione saranno definitivi prima degli altri, chi garantirà una corretta comunicazione al pubblico? Non so se tutti questi punti critici siano stati presi in considerazione per il 9 e 10 aprile».
Lunedì 10 aprile, dopo le ore 15, 11 mila chiavette Usb con il voto dei cittadini italiani cominceranno a girare per l’Italia in tasca a soggetti privati. C’è da stare tranquilli? «Lo scrutinio eletronico è un vantaggio perché è veloce, ma per stare tranquilli ci vorrebbe il controllo finale di una commissione presso il ministero dell’Interno, composta anche da rappresentanti dei diversi schieramenti politici», conclude Migliavacca. «E vorrei che i dati arrivassero anche ai singoli Comuni, come già avviene per lo spoglio cartaceo».
Trattativa privata. Per niente tranquilla Beatrice Magnolfi, la deputata «cane da guardia del ministro dell’Innovazione»: «Il 10 febbraio 2006 ho presentato un’interrogazione a Stanca, ponendo una serie di domande. Come saranno garantite l’attendibilità e la correttezza delle procedure di rilevazione informatizzata dello scrutinio? Come possiamo essere davvero sicuri che le memorie Usb non possano essere manomesse? Perché non è prevista alcuna protezione per il trasporto di queste chiavette dalle sezioni al computer di plesso? Che tipo di linea sarà quella utilizzata per la trasmissione dei dati al Viminale?».
Ma non basta. C’è un altro ordine di problemi: come mai un’operazione che verrà a costare oltre 34 milioni di euro è stata affidata a trattativa privata? E chi sceglierà gli operatori informatici (saranno circa 18 mila) che faranno lo scrutinio informatico? E con quali criteri saranno scelti? Sono tre le aziende coinvolte nell’operazione: Telecom Italia, Eds e Accenture. Telecom gestisce la fetta maggiore del budget, fa da capocommessa e fornisce le linee per la trasmissione, ma anche tutto l’hardware. Eds, multinazionale Usa, ha sviluppato il software e coordina gli operatori. Accenture, la più grande azienda di consulenza al mondo, ha ottenuto un subappalto e in questo gioco fa il suo mestiere, cioè la consulenza. Le tre aziende sono state riconfermate nel gennaio di quest’anno, dopo aver svolto insieme le sperimentazioni precedenti, alle europee del 2004 e alle regionali del 2005. Ma i 18 mila operatori informatici saranno forniti da un’altra azienda, la Ajilon, che fa parte della multinazionale del lavoro interinale Adecco.
«L’appalto è stato assegnato a trattativa privata per ragioni d’urgenza, perché non c’erano i tempi per fare la gara», spiega Dario de Marchi. Il ministro Stanca lo ha ribadito nella sua risposta del 23 febbraio all’interrogazione di Beatrice Magnolfi: «Il decreto legge numero 1 del 2006 ha espressamente previsto che tale affidamento avvenga in deroga alle norme di contabilità generale dello Stato, stante il brevissimo lasso di tempo disponibile prima della consultazione elettorale; lo svolgimento delle procedure ordinarie sarebbe stato impossibile in tempi tanto ristretti».
Elezioni: imprevedibili? Così un appalto delicatissimo e di valore consistente, per l’avvenimento più prevedibile e programmabile che esista in democrazia, cioè le elezioni, è stato assegnato a trattativa privata al maggiore operatore telefonico italiano e a due multinazionali di origine statunitense. Eds è il colosso di gestione dati fondato da Ross Perot, il miliardario americano che in passato tentò di conquistare la Casa Bianca come candidato indipendente. Accenture è il nuovo nome assunto dalla Andersen Consulting, dopo essere stata coinvolta nello scandalo Enron. Fattura 14 miliardi di dollari con le commesse del governo americano di George W. Bush. Ha sede fiscale nelle isole Bermuda ed è notoriamente legata al Partito repubblicano, di cui è grande finanziatrice.
I democratici americani e numerose inchieste della stampa l’accusano di aver fornito un database per le liste elettorali delle ultime presidenziali in Florida da cui erano stati espunti, in base alla loro fedina penale, neri e ispanici (solitamente orientati verso i democratici). Lo scorso anno ha ricevuto dal governo una nuova commessa da 10 miliardi di dollari per un sistema di controllo per gli stranieri che entrano ed escono dagli Usa. Negli Stati Uniti Accenture è oggi subcontractor di una società che si chiama Election.com per il trattamento generale dei dati elettorali. Una parte di questa società è stata acquistata da uomini d’affari sauditi che vogliono rimanere anonimi.
In Italia Accenture entra di forza nelle commesse governative a partire dal 2001, quando l’ingegner Mario Pelosi, uno dei grandi manager mondiali di Accenture, diventa prima consigliere tecnico del ministro Stanca e poi capo dipartimento del ministero dell’Innovazione. Il progetto di scrutinio elettronico oggi è seguito da due manager Accenture, Carlo Loglio e Angelo Italiano, ma il nome più noto nell’azienda è un altro: Gianmario Pisanu, partner di Accenture e figlio del ministro dell’Interno Giuseppe Pisanu. Già nel 2002, l’Accenture Italia del sardo Gianmario Pisanu era stata coinvolta nel megaprogetto (poi bloccato) di digitalizzazione della Sardegna: una torta da 48 milioni di euro da dividere con altri compagni di cordata. Ma nel Paese dei conflitti d’interesse, oggi nessuno sembra essersi scandalizzato per il fatto che l’appalto per lo scrutinio elettronico di un quinto degli elettori italiani sia stato concesso a trattativa privata all’azienda di cui è partner il figlio di un ministro: sarà l’azienda di Gianmario Pisanu a inviare i dati elettorali al Viminale, dove li accoglierà, paterno, Giuseppe Pisanu (candidato di Forza Italia in Puglia).
L’altro ministro coinvolto nella partita, Lucio Stanca, è ministro «tecnico» dell’Innovazione e della tecnologia: dovrebbe essere dunque una garanzia d’imparzialità. Peccato che sia candidato di Forza Italia in Calabria, Umbria e Piemonte. Più in generale, quello che sconcerta è che – in sordina, senza adeguata informazione e senza alcun dibattito nel Paese – sia stata di fatto privatizzata una parte dello Stato, un pezzo di ministero dell’Interno, e proprio nel cuore del gioco democratico: saltate le Prefetture e il Viminale, la correttezza delle elezioni è affidata in quattro regioni italiane ai computer, alle «chiavette» Usb, alla trasmissione dati e al personale tecnico di Telecom, Eds, Accenture, Adecco. Questo proprio nel momento in cui il Paese è scosso dallo scandalo degli spioni di Francesco Storace che tentavano di falsare il voto in Lazio. In cui Telecom compra pagine di quotidiani per spiegare che l’azienda non è coinvolta nelle intercettazioni abusive. E in quattro regioni considerate «in bilico», cruciali per la vittoria di uno dei due schieramenti in gara.
BOX
Pisanu Dinasty. Il ministro, i suoi figli. E un’indagine in Sardegna
Giuseppe Pisanu è un democristiano di lungo corso e per anni è stato deputato dc. Sardo di Sassari, è amico di Armando Corona, che poi diventerà Gran Maestro della massoneria, e di Flavio Carboni, faccendiere sardo dai mille affari, che gli presenta un giovane imprenditore lombardo di nome Silvio Berlusconi e un silenzioso banchiere di nome Roberto Calvi. Pisanu, mentre è sottosegretario al Tesoro, si interessa attivamente alla vicenda Ambrosiano. Nei mesi frenetici che precedono la scoperta della bancarotta dell’Ambrosiano, incontra Calvi per quattro volte, sempre accompagnato da Carboni. Poi, il 6 giugno 1982, risponde in Parlamento ad alcune interrogazioni sulla situazione della banca di Calvi, quando già circolano voci sul crac alle porte. Pisanu sostiene però che la situazione è normale e non accenna minimamente alla gravissima situazione debitoria del Banco Andino, controllato dall’Ambrosiano. Alla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla P2, Angelo Rizzoli dichiara: «A proposito dell’Andino, Calvi disse a me e a Tassan Din che il discorso dell’onorevole Pisanu in Parlamento l’aveva fatto fare lui. Qualcuno mi ha detto che per quel discorso Pisanu aveva preso 800 milioni da Flavio Carboni». Dopo lo scandalo P2 e il crac Ambrosiano, nel gennaio 1983 Pisanu è costretto a dimettersi da sottosegretario.
Ricompare nel 1994: lasciata la Dc, torna in Parlamento con il partito di Berlusconi, ex socio d’affari del suo protetto Carboni. E Berlusconi, nel 2001, pur di dargli una poltrona da ministro, inventa il curioso dicastero dell’Attuazione del programma. Quando poi il suo collega di governo Claudio Scajola è costretto alle dimissioni (dopo aver definito Marco Biagi «un rompicoglioni»), Pisanu prende il suo posto: ministro dell’Interno.
I sardi sanno che Beppe Pisanu (originario di Ittiri, Sassari) è sempre stato molto riconoscente con compaesani, amici e parenti che lo hanno sostenuto nella lunga carriera politica. E che tiene molto alla carriera dei figli. Ne ha tre. Gigi fa l’avvocato ed è consigliere di Forza Italia al Comune di Sassari. Angelo è oggi nella segreteria nazionale di Forza Italia, dopo essere stato candidato nel 2005 in Lazio nello (sfortunato) listino di Francesco Storace. Il terzo figlio, Gianmario, è partner della multinazionale della consulenza Accenture. Beppe Pisanu in persona è stato interrogato, l’ottobre scorso, dalla procura di Cagliari: a proposito di un presunto giro di favori nel corso dell’inchiesta sulla maxi-truffa Ranno-Fideuram per corruzione, peculato, truffa e riciclaggio. Il nome di Pisanu padre, che non risulta indagato, è saltato fuori assieme a quello di Pisanu figlio – Angelo – durante l’interrogatorio a Gabriella Ranno, la promotrice finanziaria accusata numero uno dello scandalo: «Il titolare del dicastero dell’Interno si è interessato perché il piano triennale Fideuram andasse a buon fine», ovvero premendo affinché diversi enti regionali accettassero investimenti a tassi favolosi (fino al 20 per cento del capitale speso), in cambio di «incarichi per il cognato, il fratello e il figlio». Nei dettagli, ha raccontato Ranno, «Angelo Pisanu è stato assunto in Fideuram nel 1998, su mia esplicita richiesta. Il fratello e il cognato del ministro, ho poi saputo, sono entrati nel consiglio d’amministrazione del Cis», il Credito industriale sardo, ora confluito in Banca Intesa.
La spartizione dei pani e dei pesci, a detta di Ranno, sarebbe avvenuta a Roma nell’ottobre 1998, prima a casa Pisanu, in un incontro con i figli Angelo e Gigi, poi, la sera, a una cena nel ristorante Il bolognese: «Eravamo io, Andrea Pirastu, Beppe e Annamaria» (Annamaria è la moglie del ministro, già madrina della promotrice finanziaria; Pirastu è l’ex assessore all’Industria). Il tutto alla vigilia della campagna elettorale regionale del 1999, per il cui foraggiamento, secondo le dichiarazioni dell’accusata, «la banca si è avvalsa di fondi che i promotori hanno raccolto in nero e depositato nella nostra sede svizzera di Lugano, da dove poi rientravano in Italia», sotto forma di tangenti «per finanziare Forza Italia».